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Le Scuole dei Profeti

Le scuole dei profeti erano una fraternità iniziatica su base democratica, una minoranza profetante. Nel primo libro di Samuele è scritto: “È in questo tempo che il roeh prese il titolo di nabhì, cioè chiaroveggente, l’indovino e l’uomo ispirato non agivano più da soli, né come un isolato accanto a un santuario. Formavano delle associazioni di profeti non tribali, ma che accettavano dei candidati di tutte le tribù d’Israele”.
I profeti che facevano parte delle “scuole” praticavano i digiuni prolungati, i ritiri nel deserto, e nella vita di comunità svolgevano celebrazioni e processioni con musica. Non sacrificavano animali, si tenevano indipendenti dai Giudici e dai Re. I sacrificatori erano una casta aristocratica a parte. Se la Torah era considerata un libro immutabile contenente tutta la fede d’Israele, le sue parole considerate una verità letterale, è ovvio che non si potevano accettare le profezie e sostituirle alla Legge.
D’altra parte, i profeti non ammettevano di uscire dalla Torah, perciò si sentivano in dovere di penetrare il senso allegorico di quelle parole. I profeti parlavano per allegoria; erano il misticismo di Israele ed un misticismo iniziatico. Per essi le parole di passo stavano nei misteri del Nome di Dio ed i riti erano quelli d’Israele ortodossa, ma con una conoscenza speciale dei significati esoterici; il loro statuto era l’Albero Sefirotico con le 50 porte della Luce e le 32 vie della Saggezza; sicurezza nella Legge scritta. La loro iniziazione seguiva la Legge orale ed esoterica; il loro fine era la comunione delle proprie anime, così come l’Archeosofia e la sua scuola di Alta Iniziazione l’ha classificata, con l’anima della Dottrina Segreta nella gloria della Shekinah o divina presenza di Dio.

dal capitolo “ISPIRAZIONE DEI PROFETI”

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