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Esseni e Reincarnazione

Al tempo di Cristo, nella zona in cui il Battista battezzava e Gesù faceva i suoi ritiri spirituali, accanto al Mar Morto, vivevano circa 4000 eremiti e sacerdoti Esseni i quali credevano nella preesistenza delle anime e nella reincarnazione e trasmigrazione. Essi erano cultori di astrologia, medicina, praticanti la teurgia, ben conosciuti dallo storico Flavio Giuseppe.
Quest’ultimo visse fra la fine del 37 e l’inizio del 38 dopo Cristo; nato a Gerusalemme, discendente di sacerdoti che per molte generazioni avevano tenuto in amministrazione il Tempio, fu egli stesso formato spiritualmente secondo le norme rabbinicotalmudiche.
Sin da giovane, dai 16 ai 19 anni, volle sperimentare la vita ascetica delle tre tendenze principali del giudaismo di allora: Farisei, Sadducei ed Esseni. Si recò a vita mistica nel deserto presso un eremita di nome Bano, e vi rimase tre anni, praticando frequenti abluzioni, vitto e vestito austero per la purezza ascetica. A 19 anni tornò in Gerusalemme (Vita,10-12), a far parte della vita pubblica, dopo aver aderito definitivamente al partito dei Farisei. Nel 64, per la sua rinomanza nelle questioni giuridiche e nel maneggio degli affari, come nelle argomentazioni teologiche, fu mandato a Roma dalle autorità di Gerusalemme, per ottenere la libertà di alcuni sacerdoti.
Ebbene, questo importante e accreditato storico ed esegeta parla con convinzione della reincarnazione, non solo perché l’aveva appresa dagli Esseni, ma perché era una credenza diffusa nel popolo ebraico, per lo meno in certi strati. Del resto anche oggi, se visitiamo la Palestina, troviamo le sinagoghe con i rabbini kabbalisti che insegnano la dottrina della reincarnazione, specialmente nella zona di Safed. Flavio Giuseppe espone queste idee nel suo volume La guerra giudaica. Altre notizie sono date da Filone d’Alessandria in De vita contemplativa.
Leggendo Giobbe nel suo XIX° capitolo, si ha l’impressione che parli anch’egli di trasmigrazione delle anime. Disperato per i propri guai, egli suppone di pagare uno scotto di chissà quali crimini compiuti in precedenti esistenze. “Chi mi dirà che siano scritte le mie parole?… impresse in un libro con stile di ferro e scolpite, rimangono in tavola di piombo, ovvero sulla pietra con scalpello? Imperocché io so che vive il mio Redentore, che in un nuovissimo giorno io risorgerò dalla terra. E di nuovo sarò rivestito della mia pelle, e nella mia carne vedrò il mio Dio. Qui, lo vedrò, io medesimo, e non un altro, e in lui fisserò io stesso i miei occhi; questa è la speranza che nel mio cuore tengo riposta”.
Se vengono confrontati i passi di Luca,II,25-32, vi è di che supporre una reincarnazione di Giobbe in Simone, al quale era stato predetto che prima di morire avrebbe visto il Cristo di Dio. Dal Vangelo sappiamo che il vegliardo Simone, dopo aver veduto e tenuto tra le braccia Gesù bambino, esclamò: “Ora muoio contento, poiché i miei occhi hanno veduto il Redentore”.
Naturalmente ci limitiamo a questi pochi indizi, ma le casistiche moderne di parapsicologia, le testimonianze antiche ed attuali dell’India, sono tali e tante da dare la certezza della verità espressa nella reincarnazione. Senza contare che il presente scritto vuole introdurre nella tecnica per ricordare le vite passate. Però è sempre interessante ricordare che i primi vescovi della cristianità, quali Panteno ed il successore Clemente Alessandrino, sostennero in segreto e negli scritti riservati ai pochi, questo fenomeno così importante dell’evoluzione umana.
San Gregorio Nisseno, fratello minore di Basilio di Cesarea, consacrato nel 371 e mandato a reggere la diocesi di Nissa in Cappadocia, sostenne: “È una necessità di natura per l’anima immortale essere guarita e purificata, e quando questa guarigione non avviene in questa vita, si opera nelle vite future e susseguenti” (Grande discorso catechetico, tom.III). Anche San Girolamo, traduttore della Bibbia chiamata Volgata, fu per la trasmigrazione delle anime, prima che voltasse le spalle ad Origene ed ai suoi discepoli, impaurito dalla Chiesa Romana, nel 398. Il solitario di Betlemme (così fu chiamato San Girolamo) aveva sempre condiviso l’opinione di Panteno, Clemente ed Origene. Quest’ultimo, di cui avremo modo di occuparci per motivi importanti, visse dal 185 in Alessandria di Egitto al 253. Morì martirizzato a Tiro, dopo atroci torture.
In alcuni testi di Origene, che ancora oggi, e in particolare fra gli ecclesiastici della Francia, sono oggetto di studio, leggiamo passi come il seguente: “E allora Dio fece il mondo attuale e legò per castigo l’anima al corpo… Dio, … punendo ciascuno in misura del proprio peccato, rese uno demone, un altro anima, ed un altro angelo. Se così non fosse, se cioè le anime non preesistessero, per quale motivo troveremmo ciechi tra neonati che non hanno peccato e altri invece generati senza alcun male? È chiaro che le anime hanno dei peccati precedenti, in rapporto ai quali ciascuno riceve secondo il dovuto. Per castigo esse sono mandate quaggiù da Dio a subirvi un primo giudizio”.

dal capitolo “DIMOSTRAZIONE SCRITTURALE E
SPERIMENTALE DELLA REINCARNAZIONE”

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